Laura Villani

memorie di una dimora errante e altri bagagli

 

 

Chiara Gatti

«Il giorno era piuttosto grigio, ma la luce del

pomeriggio non era del tutto scomparsa, e mi permise,

nel varcare la soglia, non soltanto di riconoscere, su una

sedia vicina alla grande finestra chiusa, ciò che cercavo,

ma anche di accorgermi di una persona che, dalla parte

esterna della finestra, guardava nella stanza».

Henry James, Il giro di vite.

Interno ed esterno sono categorie relative. Che non dipendono dalla presenza di un perimetro circoscritto attorno a noi. Ma dal valore semantico dello spazio che abitiamo. Basti pensare a quanto infinito contiene il famoso hortus conclusus di origine medievale, laddove un recinto cinge e insieme espande il giardino del paradiso. Chi può dire – nelle decine di interpretazioni che la critica ha fornito – quale sia il confine reale fra dentro e fuori nelle Madonne di Bellini, nella Flagellazione di Piero, nell'Adorazione del Bramantino, nelle grotte di Rembrandt o nelle rovine dei templi di Friedrich? Non è l'architettura, non sono né un portico né una colonna a stabilire i limiti di una visione e di un pensiero che si espande oltre gli artifici del visibile. In questa lunga letteratura dei luoghi senza margine, tocca alla metafisica e al surrealismo il compito di aver confuso per sempre le acque territoriali col mare aperto. Ed ecco le porte di René Magritte senza pareti. Le finestre di Edward Hopper senza imposte. I muri di Giorgio de Chirico senza tetti. Spazi liquidi, spazi mentali. Per alcuni utopici (L'impero delle luci di Magritte o Il palazzo alle quattro del mattino di Giacometti), per altri distopici (Le città di sabbia di Alberto Savinio). 

Laura Villani raccoglie il bandolo di questa tradizione iconografica per darne una lettura inedita e quanto mai attuale in tempi di riflessione postpandemica sugli argini dell'abitare e sulle relative proiezioni del desiderio verso aperture precluse. La sua attrazione per panorami inconsci, scavati nelle retrovie dei ricordi, nel buio della dismissione, risale tuttavia a tempi non sospetti, alla sua formazione di autrice – grande disegnatrice col senso dell'ombra – sensibile ai posti dell'anima, indagatrice di memorie sedimentate nel profondo già prima che il dramma del lockdown costringesse tutti a fare i conti con un tempo dilatato e uno spazio ristretto. Dicotomia alienante.

Laura Villani vive l'estetica della soglia come una opportunità, un varco, un affaccio sul mondo. È nel punto esatto in cui la vetrata si smaterializza che le categorie di interno ed esterno tracimano. Così la sua mano e il suo racconto sospeso concedono agli oggetti di fluttuare verso altri territori e invitano i territori ad insinuarsi nelle stanze del quotidiano. 

Se all'inizio di questo peregrinare ipnotico di soprammobili levitati dai trumeau, l'orizzonte si popolava di strani gingilli, sfere e corni lucidati, imbuti, noccioli di pesca e dettagli anatomici da surrealismo ispanico, come occhi lacrimanti e narici ceree, dopo il suo viaggio à rebours nella poetica introversa di Van Gogh, Laura Villani ha sottratto all'universo minimo del genio olandese di stanza in Provenza gli elementi simbolo del suo isolamento. La sedia, il letto, il comignolo, i serramenti fragili delle finestre di legno spalancate su quella Place Lamartine, nella piccola cittadina di Arles, che è diventato un luogo trasognato, in bilico fra sofferenza e tenerezza. I prelievi di Laura dalle vite degli altri nutrono oggi un immaginario che, nei suoi dipinti dai toni torbati – velature su velature di colori terrosi e cinerini – affonda nell'inconscio collettivo, nella dimensione di un sogno non privato, ma universale, che riconosce in certe icone il riflesso di sentimenti comuni. L'amore e l'abbandono. La solitudine e l'attesa. L'enigma dell'esistenza e la “melancolia” pungente di scuola düreriana. 

Come diceva Jung «l'uomo produce simboli inconsciamente e spontaneamente sotto forma di sogni». Davanti alle opere di Laura Villani, punteggiate di questi luoghi e oggetti sospesi in un'atmosfera onirica, viene naturale chiamare in causa la psicologia dell'intimo teorizzata dal grande medico svizzero. Navigando in una laguna dello spirito sottratta al tempo, misurando deserti silenziosi, metafora di un'interiorità pacificata dove tuttavia si annidano pezzi di ricordi sotto forma di archetipi, ecco manifestarsi idoli fragili: la casa e la barca, il dirupo e la scala. «Rappresento uno spazio disteso, dilatato, svuotato dal tempo che ci appartiene – dice Laura dei suoi diorami immobili – Luoghi sospesi abitati da un tempo infinito, che dalla soglia del nostro presente ci riconnettono al candore arcaico dei primordi del mondo e, dalle profondità del passato, ci riflettono possibili scenari futuri. Un universo quasi eliotiano, dove tempo e spazio si rincorrono in un continuum circolare». Scorci antidiluviani e vestigia di civiltà perdute fanno da sfondo a presenze totemiche e insieme domestiche. Un lampione, una poltrona, un sasso. Su tutto domina la luna piena e pallida ritagliata in una notte nera. Qui lo studio della composizione, che distilla tracce di vissuto affiorate dalla coscienza come indizi di una narrazione interrotta, trova nella luce una variabile. E una possibilità. Che allunga le ombre sulla sabbia. Che edulcora la quiete spettrale. Che stempera l'inquietudine nel conforto della reminiscenza. Così i fantasmi del passato acquisiscono un'aura consolatoria. La speranza è appesa alla sicurezza degli oggetti. Pochissimi, ma vitali. 

Il senso ambiguo del perturbante che si era insinuato nella metafisica del quotidiano, nei primi lavori di Laura scossi da visioni sensoriali, ora accarezza con estrema pietas il velluto verde di una poltrona amata, le lenzuola leggere di un giaciglio appena rifatto, le mura bianche di una dimora raminga che si muove nel paesaggio; una casa errante con il suo piccolo bagaglio di affetti sotto un tetto aguzzo. La casa e le sue memorie sparse lungo la strada, lasciate andare come ricordi che è doloroso custodire, costruiscono nello spazio del quadro quello che Henry James avrebbe definito “il racconto perfetto”. Un pugno di elementi, collegati fra loro, evoca una trama, genera una storia minima e densa, dov'è legittimo domandarsi quale sia il punto di vista. Quello dell'autore che osserva dall'esterno le sue pedine muoversi sul palco? O quello dell'oggetto che prende coscienza di sé e diserta il copione? 

Altra incognita resta il tempo, il trascorrere del tempo, il consumarsi delle ore o, viceversa, il loro rarefarsi. «Lo chiamo tempo, ma quanto durò?» scriveva proprio James osservando dalla finestra della veranda gli eventi sinistri del suo celebre noir ambientato nella campagna umida dell’Essex. Immersi in una simile calma sacrale, anche gli oggetti muti di Laura Villani si muovono in cerca d'autore e riassumono nel proprio perimetro, nel loro raggio d'azione e nella sintesi magistrale del non-detto, un alfabeto essenziale della condizione umana. Le nostre ansie, le nostre paure, ma anche i sogni e le certezze che il cuore trattiene.