Attorno a Van Gogh. Otto pittori e i colori della vita

 

Il muschio della sera e le stelle

Marco Goldin

 

 

 

Ho passeggiato una notte intera in riva al mare sulla spiaggia deserta. Non era allegro, ma neppure triste,

era bello. 

Il cielo di un azzurro profondo chiazzato di nubi di un azzurro più profondo dell'azzurro fondamentale 

di un cobalto intenso, e altre di un azzurro più chiaro, come il biancore azzurro di vie e lattee. Sullo sfondo 

azzurro, de stelle scintillavano chiare, verdi, gialle, bianche, rosa più chiare, come una tempesta di diamanti

e pietre preziose in misura maggiore che da noi — anche a Parigi — diciamo meglio: opali, smeraldi, 

lapislazzuli, rubini e zaffiri. 

 

                     Vincent a Theo, Les-Saintes-Maries-de-la-Mer

                                        3 giugno 1888

Il centro del mondo, il centro del suo mondo. Tu puoi dire che non sia la stessa cosa, forse? Sotto un cielo in cui sfavillano le stelle, come falò che non si spengono, sulla strada del destino. Sulla riva di un mare senza confini. Di notte, e strade e sentieri così in alto eppure li vedi. Brillare. Tu puoi dire che non ti appartenga, forse? E alberi e boschi e campi di grano e sedie e zoccoli e scale che volano in quel cielo. I fiori come in parata di ombre colorate muschi e cortecce, edera abbarbicata, e poi bianche nuvole stracciate e montagne da cui discende il vento del mare. Che non si vede. Ma la luna rimane alta, mai invisibile.

E al centro di tutto, al centro del suo mondo graffiato e colmo di quel silenzio che crepita e resta brace per sempre, una grande casa dai muri gialli, un giardino consumato dal tempo, umida penombra nelle stanze. Una poltrona su cui appoggiare i sogni e la vita, a righe rosse e verdi, e un po' d'azzurro, stinto, perché il cielo qui non manca mai. Come la luna e le stelle. Tu puoi chiamare quella casa in manicomio, forse? Chiedimelo e ti risponderò di no. Guarda la montagna sacra, proprio qui sopra, tra rocce e pini. È lì che si ricordano i ricordi, si pensa al giardino dell'infanzia, alla mano tesa di tua madre. Anna che ti chiama e Theo che si precipita raccogliere un nido caduto. E poi correre a perdifiato nella brughiera, d'estate bagnarsi nel piccolo torrente fino al confine e asciugarsi al sole, buttato tra le foglie.

No, non ci può essere pazzia quando nel buio, la notte fatta tutta di lumini come nelle sere di maggio, le rose a profumare attorno, scendeva crocchiando sui sassi. Poi camminava fino a battere con la mano, forte, sul portone di legno e Trabuc che gli apriva. La cena era fredda, una brodaglia scura da scappare subito in camera a guardare le stelle posarsi sul pavimento e sul letto. Le stelle posarsi. E galleggiare su quel bianco stinto di lenzuola indurite che non sentivano mai il corpo caldo dell'amore. Oltre la finestra con le sbarre talvolta saliva rossa la luna. 

Otto pittori in Italia, donne e uomini immersi nel colore delle loro vite hanno sentito, oggi, di volersi legare a quel filo che da lì si dipana, a volte misterioso a volte imprendibile. Da quel giardino, da quella casa con i muri gialli, da quelle montagne sempre precipitate nel sole, grattate dal vento di Mistral. E poi la luna, la luna che si posa e risplende, lentamente, sulla cima più alta e tu la guardi e allora lo rivedi capisci, sì, di avere preso la strada giusta. Otto pittori che hanno camminato in mezzo a quei campi di grano e bassi vigneti e anfratti di rocce e cipressi. E sotto cieli che sono di nuvole e di cipria colorata, come fa il sale del tempo a un angolo freddo di muro.  […]

Poi Vincent la sera tornava dentro le mura dell'istituto, se ne lasciava avvolgere. A volte desiderandolo, volte avrebbe invece preferito restare disteso sulla nuda terra, lo sguardo rivolto all'insù a cercare di congiungere i punti dell'Orsa Maggiore. Gli occhi passavano tra lucciole e cipressi. La sera la sua piccola camera era il luogo dei ricordi, quando la memoria premeva, scalciava da ogni lato, si insinuava fino a diventare visione. 

Allora venivano immagini, colpi di vento, luci di Parigi e di Arles. Allora veniva la vita, e non la poteva fermare. Laura Villani, in modo suadente e abbrunato, dentro un profumo fatto quasi solo di silenzio, ha dipinto le cose di Van Gogh come apparizioni continue. Come allungare una mano per aprire una grande tenda di teatro e dietro a essa veder comparire ciò che mai ci saremmo aspettati. Perfino una sedia in bilico sul ciglio di una montagna dantesca. 

Un flusso mai intermittente e invece saldo e solido, ancorato a una immaginazione prodigiosa. Quella che lui ascoltava certamente dentro di sé ogni sera, quando saliva le scale e i suoi passi si udivano come un’eco di pietra. E poi chiudeva la porta della stanza. Dentro c'era il mondo che gli rotolava addosso e non faceva niente perché questo non accadesse. Dentro c'era il suo mondo. Con un'idea bellissima, di stringente forza poetica, Laura Villani ha voluto affiancarsi a quei sogni, a quelle visioni e con la sua pittura dar loro sostanza, senza che la realtà facesse scomparire il palpito del respiro. Sogni notturni che sotto cieli di quasi di nera pece e con un'unica nuvola in alto, lei ha trasformato in elettriche visioni che escono da un quasi Rembrandtiano e setoso buio.

Dentro paesaggi di crateri preistorici e montagne, talvolta sotto il disco candido o arrossato della luna, Laura Villani orchestra ciò che rimane. Come se Van Gogh se ne fosse andato da quella stanza, per sempre, e avesse a lei conferito l'incarico di dipingere le sue cose abbandonate dalla risacca del tempo. Ossi di seppia sulla riva del mare. A cominciare da un filo di fumo attorno alla canonica di Nuenen e poi i mulini a vento a Montmartre, che sono stati per lui la trafittura dolorosa della nostalgia una volta giunto a Parigi. E sempre dentro i suoi neri damascati, velluto della sera e della notte, Laura Villani convoca sulla sua tela ciò che gli appartiene come sentimento del tempo, parola da lei costantemente evocata. Dentro il senso di un viaggio che sosta in un'altra stanza, quella della Casa Gialla con la sedia acquistata per Gauguin, oppure quella splendida carrozza della diligenza per Tarascona. Il suo stare così in bilico su una rossa collina illuminata dalla rossa luce della luna al suo primo, quieto apparire, ci mostra l'incanto di una pittura che sempre tende a sigillare il mistero.